Legionella: storia, microbiologia,
biofilm e obblighi normativi.
Tutto quello che un gestore di edificio deve sapere per capire perché la legionellosi è ancora oggi la principale malattia infettiva trasmessa dall’acqua negli edifici, come si trasmette, quali impianti la veicolano e cosa impone la legge.
Philadelphia, 1976:
l’epidemia che diede
un nome al batterio.
Nel luglio 1976, durante la 58ª convention della Legione Americana all’Hotel Bellevue-Stratford di Philadelphia, oltre 600 veterani si riunirono per celebrare il bicentenario degli Stati Uniti. Nei giorni successivi decine di partecipanti svilupparono una grave polmonite: alla fine dell’epidemia si contarono 221 malati e 34 morti.
Per sei mesi gli investigatori esclusero ogni ipotesi: attentato terroristico, tossine, nichel carbonile, persino un esperimento della CIA. Solo nel dicembre 1976 il dott. Joseph McDade, del CDC, isolò il batterio responsabile utilizzando la tecnica dell’inoculazione in cavia. Nell’aprile 1977 fu battezzato Legionella pneumophila e la malattia prese il nome ufficiale di malattia dei legionari. L’Hotel Bellevue-Stratford chiuse definitivamente.
Quell’epidemia dimostrò che un impianto tecnologico, nel caso specifico la torre evaporativa del condizionamento, può trasformarsi in un vettore di malattia su larga scala. È il principio che sta alla base di tutta la normativa moderna sulla sicurezza dell’acqua negli edifici.
In Italia i casi
continuano a crescere.
I dati del sistema di sorveglianza nazionale coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità descrivono una curva in aumento costante da oltre vent’anni: in parte per una diagnostica più diffusa, in parte per l’invecchiamento della popolazione e la crescente complessità degli impianti.
casi notificati in Italia nel 2024
casi per milione di abitanti (+18% sul 2023)
letalità sui casi con esito noto
età media dei casi; il 75,4% ha oltre 60 anni
82,6% comunitaria
La quota largamente prevalente dei casi non è legata a viaggi né a ricoveri: origina negli edifici in cui le persone vivono e lavorano.
8,9% associata a viaggi
Casi collegati a soggiorni in strutture ricettive; comportano obblighi di notifica e indagine ambientale con reportistica all’ECDC.
3,4% nosocomiale
Numericamente ridotta ma la più grave: la letalità nei pazienti immunodepressi non trattati tempestivamente può superare di molto la media.
Fonte: Istituto Superiore di Sanità, sistema di sorveglianza nazionale della legionellosi, dati 2024 (EpiCentro / BEN).
Un batterio ubiquitario,
opportunista e tecnologico.
Il genere Legionella comprende bacilli Gram-negativi, generalmente idrofili, che colonizzano gli ambienti acquatici naturali. Il problema nasce quando incontrano un impianto costruito dall’uomo.
Ubiquitario
Presente in laghi, fiumi, sorgenti e zone umide. Prolifera fra 25 e 42 °C, sopravvive fra 6 e 63 °C, resta dormiente sotto i 20 °C e viene inattivata rapidamente sopra i 60 °C.
Opportunista
Si comporta da parassita intracellulare di protozoi e amebe: si moltiplica al loro interno trovando protezione dalle condizioni ambientali avverse, disinfettanti compresi. È il meccanismo che poi riutilizza per infettare i macrofagi alveolari umani.
Tecnologico
Raggiunge condotte cittadine e impianti idrici degli edifici, serbatoi, tubature, fontane, torri evaporative, dove trova condizioni permissive per sopravvivenza, sviluppo e diffusione.
I fattori che favoriscono la proliferazione
- Progettazione e manutenzione: reti vetuste, rami morti, portata minima o assente, serbatoi di accumulo, ricircoli mal bilanciati.
- Materiali: superfici porose e ruvide, gomma, plastica, cartone e legno favoriscono l’adesione; le guarnizioni in gomma sono siti privilegiati di accumulo.
- Incrostazioni: i sali di calcio e magnesio precipitano con il riscaldamento formando calcare la cui struttura porosa protegge il batterio da disinfettanti e temperatura.
- Depositi incoerenti e corrosioni: ruggine, sabbia e corpi solidi creano ostruzioni e fonti localizzate di corrosione, moltiplicando i punti di ancoraggio.
La vera ragione per cui
i trattamenti falliscono.
Il biofilm è una comunità sessile di microrganismi immersa in una matrice organica autoprodotta, adesa alle pareti delle tubazioni. La sua formazione è governata dal quorum sensing, il sistema di comunicazione con cui i batteri rispondono all’aumento della densità di popolazione attivando proteine di risposta allo stress (ASP, HSP) capaci di contrastare o riparare i danni da agenti chimici e termici.
sopravvivenza di un microrganismo planctonico in acqua distillata sterile (Hsu, 1984)
sopravvivenza in stato VBNC, vitale ma non coltivabile, in acqua di rubinetto sterile (Steinert, 1997)
persistenza di un microrganismo sessile associato al biofilm a 24 °C (Armon, 1997; Borella, 2005)
quota di batteri che, in una rete idrica, vive protetta all’interno del biofilm
Shock termico, iperclorazione, biossido di cloro, monoclorammine, ozono, perossido e argento agiscono sui batteri liberi, non sulla matrice. Interrotto il trattamento, il biofilm rilascia nuovamente batteri e la carica torna ai livelli pre-trattamento, spesso selezionando i ceppi più resistenti e aggredendo intanto le tubazioni con corrosione e sottoprodotti (trialometani, cloriti, clorati, NDMA).
Si respira,
non si contagia.
La via di trasmissione è l’inalazione di aerosol contaminato: micro-goccioline generate da docce, rubinetti, torri evaporative, umidificatori, vasche idromassaggio, fontane e nebulizzatori. È possibile anche la micro-aspirazione di acqua o ghiaccio contaminati, in particolare nei pazienti ospedalizzati. Non esiste trasmissione diretta da uomo a uomo.
Febbre di Pontiac
Forma non polmonare. Malattia acuta autolimitante simil-influenzale, incubazione da poche ore a 48 ore, durata 2-5 giorni, risoluzione spontanea.
Malattia del legionario
Forma polmonare. Incubazione 2-10 giorni, fino a 16 in alcuni focolai. Febbre, tosse, dispnea, mialgie, talvolta diarrea e confusione. Può evolvere in polmonite progressiva con insufficienza respiratoria e multiorgano.
Gli impianti che
generano aerosol.
Ogni componente che nebulizza, riscalda, accumula o rallenta l’acqua è un potenziale amplificatore. Nell’analisi del rischio li mappiamo tutti, uno per uno.
Reti di acqua calda sanitaria
Boiler e accumuli, ricircoli non bilanciati, rami morti, miscelatori termostatici, temperature fuori range ai terminali.
Torri evaporative e condensatori
Emissione diretta di aerosol in atmosfera con dispersione anche a chilometri di distanza: sono all’origine dei cluster comunitari più estesi.
Impianti aeraulici e umidificatori
UTA con sezioni umidificanti, bacinelle di condensa, batterie sporche, condotte con depositi organici.
Serbatoi e accumuli di acqua potabile
Stratificazione termica, sedimenti sul fondo, sfiati non protetti, tempi di residenza elevati.
Terminali: docce, soffioni, aeratori
Punto di massima esposizione: aerosolizzazione diretta sull’utente e ristagno nei tratti terminali poco utilizzati.
Piscine, spa, fontane, nebulizzatori
Vasche idromassaggio e nebulizzazioni ornamentali o di raffrescamento producono aerosol fine ad alta densità.
Non è una buona pratica.
È un obbligo di legge.
La prevenzione della legionellosi è prescritta da un quadro normativo che intreccia salute pubblica, sicurezza sul lavoro e qualità dell’acqua destinata al consumo umano. Il datore di lavoro e il gestore dell’edificio ne rispondono direttamente.
D.Lgs 81/2008
Il rischio biologico da Legionella va valutato nel Documento di Valutazione dei Rischi (Titolo X, agenti biologici). Il datore di lavoro deve individuare le misure di prevenzione e protezione per lavoratori e terzi presenti nella struttura.
Accordo Stato-Regioni 7 maggio 2015 (n. 79/CSR)
Le Linee guida per la prevenzione ed il controllo della legionellosi impongono a tutte le strutture potenzialmente a rischio la redazione di un documento di valutazione del rischio, l’adozione di misure di controllo, la nomina di un responsabile, il registro degli interventi e la comunicazione del rischio.
D.Lgs 18/2023
Recepisce la Direttiva (UE) 2020/2184 e introduce l’approccio basato sul rischio anche sui sistemi di distribuzione idrici interni degli edifici prioritari, con specifico riferimento a piombo e Legionella. La valutazione e gestione del rischio deve essere avviata entro il 12 gennaio 2029, verificata annualmente e riesaminata ogni sei anni.
Rapporti ISTISAN 22/32
Definiscono il Gestore Idrico della Distribuzione Interna (GIDI), le cinque classi di priorità degli edifici (A-E) e, per ciascuna, se sia richiesto un PSA completo, un piano di autocontrollo o un piano di verifica igienico-sanitaria.
UNI, NADCA, HACCP
Norme tecniche europee UNI EN sugli impianti idrosanitari, standard NADCA ACR per la valutazione e bonifica degli impianti aeraulici, sistemi HACCP per la ristorazione, oltre alle disposizioni regionali che possono essere più stringenti.
1. Valutazione del rischio — indagine degli impianti con eventuali campionamenti, con periodicità almeno biennale o annuale, e comunque dopo modifiche impiantistiche, ristrutturazioni o esiti analitici oltre soglia. 2. Gestione del rischio — misure di contenimento, nomina del responsabile, registro degli interventi. 3. Comunicazione del rischio — informazione e formazione di gestori, tecnici e responsabili degli edifici.
Le domande che ci fanno
più spesso sulla legionella.
Quali strutture sono obbligate a valutare il rischio legionella?
L’obbligo riguarda tutti i luoghi di lavoro ai sensi del D.Lgs 81/2008 e, in modo specifico, le strutture indicate dalle Linee guida 2015: strutture sanitarie e socio-assistenziali, strutture turistico-ricettive, impianti termali, piscine e centri benessere, navi, stabilimenti industriali con torri evaporative. Con il D.Lgs 18/2023 l’analisi del rischio si estende ai sistemi idrici interni degli edifici prioritari: ospedali, case di riposo, strutture per l’infanzia, scuole, alberghi, ristoranti, bar, centri sportivi e commerciali, strutture ricreative ed espositive, istituti penitenziari e campeggi.
Ogni quanto va rifatta la valutazione del rischio?
Le Linee guida indicano una periodicità biennale, che diventa annuale nelle strutture a rischio più elevato. La rivalutazione è comunque immediata quando cambiano le condizioni: modifiche o ampliamenti impiantistici, lavori di ristrutturazione, lunghi periodi di inattività, esiti analitici oltre soglia, comparsa di casi clinici. Il D.Lgs 18/2023 richiede inoltre verifica annuale e riesame estensivo ogni sei anni.
Perché lo shock termico o la clorazione non risolvono definitivamente?
Perché agiscono sui batteri liberi nell’acqua ma non rimuovono la matrice del biofilm, dove vive circa il 90% della carica batterica. Dopo lo shock, se la temperatura torna sotto i 50 °C, la ricolonizzazione avviene tipicamente in settimane o mesi. Inoltre lo shock termico causa incrostazioni, corrosione e rischio ustioni, mentre la clorazione continua genera sottoprodotti come i trialometani, corrode le tubature e non è compatibile con gli standard di potabilità alle concentrazioni realmente efficaci sul biofilm.
I filtri point-of-use bastano da soli?
No. I filtri assoluti a 0,2 µm garantiscono acqua sterile in uscita e protezione immediata dei soggetti fragili: sono la misura corretta in emergenza, in reparti critici e durante i lavori. Non rimuovono però il biofilm a monte e hanno vita utile limitata; un uso prolungato senza risolvere la causa può creare rallentamenti di flusso e sviluppo retrogrado di biofilm. Vanno usati come barriera, non come soluzione strutturale.
Quali sono i valori di riferimento nei campionamenti?
Le Linee guida nazionali non fissano un limite unico ma una scala di azioni proporzionate alla concentrazione riscontrata (UFC/L) e al contesto: strutture sanitarie con pazienti immunodepressi richiedono soglie di intervento molto più severe rispetto a un edificio a uso uffici. Il campionamento va sempre progettato, punti, modalità, pre-flussaggio o meno, in funzione dell’obiettivo: verifica della colonizzazione della rete oppure valutazione dell’esposizione reale dell’utente.
Cosa fare in caso di cluster o caso conclamato?
Le strutture sanitarie e il medico devono trasmettere alla ASL la scheda di sorveglianza entro 48 ore dalla diagnosi. Le strutture ricettive sono tenute a informare l’autorità sanitaria locale dei casi associati al soggiorno; per i cluster è previsto l’invio di un rapporto preliminare all’ECDC entro due settimane e di un rapporto finale entro sei settimane dalla notifica. Contestualmente si attivano indagine ambientale, misure di contenimento immediate, tipicamente filtri point-of-use, e piano di bonifica.
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